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Perché si mente sotto giuramento

Redazione di Miqo · 2 fonti

Mentire e ricordare diversamente sono due cose diverse

In un classico esperimento del 1974, alle persone veniva mostrato il filmato di un incidente e veniva chiesto a quale velocità andassero le auto. A quelle a cui veniva chiesto quanto velocemente le auto si fossero «schiantate» sembrava che andassero più veloci rispetto a quelle a cui veniva chiesto quanto velocemente si fossero «scontrate». Una settimana dopo, le prime «ricordavano» più spesso dei vetri rotti che nel filmato non c'erano. Nessuno mentiva: la domanda aveva modificato il ricordo e la memoria lo restituiva come proprio.

Al momento del giuramento, la storia è già stata raccontata diverse volte: a un'amica, a un agente di pattuglia, all'investigatore, in una dichiarazione scritta, all'avvocata, a sé prima di dormire. Ogni racconto non è il riavvolgimento di una registrazione, ma una nuova ricostruzione, in cui entrano dettagli dalle domande altrui, dalle notizie, dalla versione che suonava più coerente. Il racconto si perfeziona: spariscono le esitazioni, compaiono dettagli, la voce diventa più sicura.

Uno schema, non delle misurazioni: a ogni racconto la sicurezza aumenta. La memoria non tiene il passo: la ripetizione rafforza non la precisione, ma la sensazione di ricordare bene.

Perché il giuramento vincola meno di quanto sembri

Mentire consapevolmente è un calcolo. La verità costa cara proprio adesso: il lavoro, una relazione, un fratello che finirà in prigione, ammettere di aver già mentito. La bugia costerà cara più avanti, e solo se ti scopriranno. E si viene scoperti di rado: bisogna dimostrare non un errore della memoria, ma l'intento: che la persona conosceva la verità e ha detto altro. Dall'esterno, la differenza tra «ha mentito» e «si è confusa» è quasi invisibile.

Il secondo meccanismo: il punto di non ritorno viene superato molto prima dell'aula di tribunale. Si sceglie una versione durante il primo colloquio con la polizia, spaventati e di fretta. Da quel momento, ogni racconto ti lega più saldamente a quella versione: tirarsi indietro ora significa ammettere di aver detto il falso tutte le volte precedenti.

E terzo: in tribunale spesso mentire funziona. In aula si giudica il comportamento: si osserva se una persona mantiene il contatto visivo, se si agita o se risponde con scioltezza. In un'ampia revisione degli studi, le persone distinguevano correttamente le bugie dalla verità in circa 54 casi su 100, contro i 50 del lancio di una moneta, e i professionisti, agenti di polizia e giudici, non se la cavavano meglio degli altri.

54%

Bugie e verità riconosciute correttamente; il lancio di una moneta dà il 50%

Se sei tu la persona che testimonia, non serve la forza di volontà, ma il modo in cui rispondi: tieni separato ciò che hai visto da ciò che hai capito o ricostruito dopo.

✓ FAI
  • Dire «non ricordo» quando non ricordi: è una risposta normale, non un fallimento
  • Separare ciò che hai visto dalla conclusione: «urlava» è un fatto, «era arrabbiato» è una conclusione
  • Chiedere di ripetere la domanda se contiene già la risposta
✕ NON FARE
  • Completare il quadro fino a renderlo coerente: i vuoti di memoria sono normali
  • Adattare il racconto di oggi a quello di ieri solo per renderlo più fluido

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Fonti

  1. Loftus & Palmer, «Ricostruzione della distruzione automobilistica», 1974
  2. Bond & DePaulo, meta-analisi dell'accuratezza nel riconoscimento delle bugie, 2006