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Come iniziavano davvero le guerre

Redazione di Miqo · 3 fonti

Il pretesto fissa la data, non la causa

I colpi di pistola di Sarajevo del 28 giugno 1914 non crearono né alleanze, né eserciti, né piani di mobilitazione già pronti - era tutto già sul tavolo. Diedero all'Austria-Ungheria ciò che le mancava: un pretesto legittimo per presentare proprio allora un ultimatum alla Serbia. Elimina i colpi di pistola, e alleanze, eserciti e piani restano al loro posto; gli storici discutono di altro: sarebbe emerso presto un altro pretesto o la crisi avrebbe avuto il tempo di raffreddarsi.

Per questo gli storici distinguono quasi sempre due cose. Il pretesto è l'evento dopo il quale si cominciano a contare i giorni. La causa è ciò che ha spinto a reagire proprio in quel modo a quell'evento. Già Tucidide, analizzando la guerra tra Atene e Sparta, distingueva le lamentele dichiarate da ciò che considerava la vera causa: Atene si rafforzava e Sparta ne aveva paura.

Pretesto

Un evento concreto e datato: un assassinio, uno scontro di confine, una nave affondata. Spiega perché la guerra è iniziata proprio quel mese.

Causa

Un quadro di lungo periodo: chi si sta rafforzando, chi teme di restare indietro, chi ha promesso cosa a chi. Spiega perché la guerra è diventata possibile.

La guerra è un accordo saltato

Gli scienziati politici vedono la guerra come una trattativa che non è andata a buon fine. La logica è semplice: combattere è costoso per entrambe le parti, quindi esiste quasi sempre un modo per spartire ciò che è conteso - territorio, influenza - che entrambe preferirebbero allo scontro. Se questa possibilità esiste e le parti vanno comunque in guerra, significa che non sono riuscite a raggiungerla.

A impedirlo sono due cose. La prima: durante una trattativa conviene esagerare la propria determinazione e nascondere i propri punti deboli, quindi nessuno sa quale bluff sia reale. L'unico modo per verificarlo è usare la forza. La seconda: le promesse sul futuro non valgono nulla se il vicino si rafforza rapidamente. Il suo «non attaccherò» di oggi, tra 10 anni, sarà pronunciato da un Paese diverso e molto più potente. Allora chi per ora è più forte, ma sta perdendo terreno, comincia a pensare che il momento giusto sia adesso e che in futuro le cose potranno solo peggiorare.

Da qui una conseguenza tutt'altro che ovvia: la stragrande maggioranza delle crisi che sembravano preludere a una guerra non è finita in guerra. Fashoda nel 1898, il Marocco nel 1911 - richieste dure, flotte, giornali bellicosi, e poi le parti si sono semplicemente separate. La forma abituale di una crisi è una salita seguita da una discesa.

Ultimatum e mobilitazione

IncidenteLe parti si separano

Tensione tra le parti: picco con l’ultimatum e la mobilitazione

La guerra scoppia quando la discesa non arriva. E spesso perché entrambe le parti sbagliano a valutare il costo: nel 1914 era diffusa l'aspettativa di una guerra breve e molti contavano di tornare a casa per Natale. È un modello, non una legge - gli storici discutono su quanto riesca a spiegare ogni singola guerra e, in alcuni casi, a rivelarsi decisiva è la politica interna, non il calcolo nei confronti del vicino.

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Perché il pretesto da solo non spiega l'inizio di una guerra?

Fonti

  1. Tucidide, «La guerra del Peloponneso», libro I
  2. James Fearon, «Rationalist Explanations for War», International Organization, 1995
  3. Christopher Clark, «I sonnambuli», sulla crisi di luglio del 1914

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