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Cosa fa il carcere a una persona

Redazione di Miqo · 3 fonti

Cosa porta via il carcere nelle prime ore

Il sociologo Erving Goffman descrisse così la procedura di accoglienza in un'istituzione chiusa: ti tolgono i vestiti personali, ti danno un'uniforme, fanno l'inventario dei tuoi oggetti, spesso sostituiscono il tuo nome con un numero e, da quel momento, qualcun altro stabilisce il tuo programma. Chiamò tutto questo la mortificazione dell'io: non crudeltà, ma un nastro trasportatore che spoglia la persona di tutto ciò con cui prima si definiva.

Poi entra in gioco l'assenza di scelta. Dentro non devi decidere quando alzarti, cosa mangiare o dove andare: hanno già deciso per te. La capacità di scegliere non scompare, ma smette di allenarsi, come un muscolo ingessato. Per questo, dopo una lunga detenzione, le persone raccontano spesso la stessa cosa: davanti a uno scaffale con una dozzina di tipi di pane, viene voglia di voltarsi e andarsene.

  1. Perquisizione
  2. Uniforme
  3. Numero
  4. Programma

Perché le abitudini del carcere non si spengono una volta fuori

Già nel 1940 questo fenomeno veniva chiamato prisonizzazione: una persona assimila le regole interne proprio come assimila la lingua del Paese in cui vive. In una rassegna del 2001, lo psicologo Craig Haney la scompose in varie componenti, e nessuna sembra un malfunzionamento. Ognuna era una risposta sensata a un ambiente in cui la debolezza viene notata per prima.

  • Sempre all'erta Uno sguardo, un tono o un movimento alle spalle vengono letti come un avvertimento. Fuori, questo appare come ostilità senza motivo.
  • Volto impassibile Lì è altrettanto pericoloso mostrare paura o gioia. L'abitudine a non mostrare nulla resta anche a casa, con chi ti aspettava.
  • Fidarsi è rischioso Là dove la vicinanza ha un costo, è più facile non avvicinarsi. Poi questo rende più difficile chiedere aiuto o spiegarsi con il proprio capo.
  • Programma prestabilito Per anni, un segnale diceva quando mangiare e quando dormire. Senza una struttura esterna, una giornata libera si sbriciola in ore che non si sa come riempire.

Quanto questo attecchisca varia molto: contano la durata della detenzione, l'età, le condizioni, il fatto che ci sia stata o meno la reclusione in isolamento e che sia rimasto o meno qualcuno fuori. Le osservazioni a lungo termine dopo la scarcerazione sono poche, quindi la risposta onesta alla domanda «quando passerà?» è questa: alcune abitudini si attenuano in pochi mesi, altre durano per anni.

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Perché dopo la detenzione le scelte quotidiane possono diventare difficili?

Fonti

  1. Erving Goffman, «Asylums» (1961)
  2. Donald Clemmer, «The Prison Community» (1940)
  3. Craig Haney, «The Psychological Impact of Incarceration» (2001)

Il seguito della serie «Prigione»

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