Come funziona davvero
L'impronta su un bicchiere è raramente completa. Di solito è una parte del polpastrello, sovrapposta a un'altra impronta simile, sbavata e irregolare. Il computer cerca nel database e propone alcune decine di candidati simili, poi interviene una persona: osserva i punti di biforcazione e le terminazioni delle linee e decide.
Le impronte sono uniche, quindi una corrispondenza dimostra la colpevolezza.
L'unicità del disegno e l'affidabilità del confronto con un frammento sbavato sono due cose diverse. La questione non è se le impronte siano uniche, ma con quale precisione l'esperto riesca a identificare una corrispondenza partendo da un frammento.
Un caso rivelatore si verificò nel 2004. Dopo gli attentati di Madrid, su un pacco fu trovata un'impronta e gli esperti statunitensi la collegarono con sicurezza a un avvocato dell'Oregon che non era mai stato in Spagna. Due settimane dopo, la polizia spagnola trovò il vero proprietario dell'impronta.
L'analisi mostrò non negligenza, ma meccanismi ordinari. La corrispondenza sembrava convincente e poi entrò in gioco il contesto: gli esperti sapevano che quella persona corrispondeva agli altri elementi e iniziarono a vedere una somiglianza dove non c'era. Ogni esaminatore successivo conosceva la conclusione di quello precedente.
Cosa impedisce a un'impronta di essere una prova
Si sa poco sulla frequenza degli errori, e questo è un problema a sé. In diverse verifiche in cui agli esperti venivano sottoposte coppie la cui identità corretta era già nota, la percentuale di false corrispondenze risultava bassa, ma non pari a zero. Per molto tempo verifiche di questo tipo non furono svolte affatto, e si dichiarava un'accuratezza del 100%.
Da qui sono nate modifiche alle regole. Le perizie hanno iniziato a essere svolte alla cieca, senza conoscere la pista investigativa, e nei rapporti si propone di sostituire l'espressione «corrispondenza completa» con una valutazione onesta della probabilità. Un'impronta resta una prova forte, ma non è più una condanna di per sé.
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Fonti
- L'errata identificazione tramite impronta nel caso di Brandon Mayfield, nel 2004, fu esaminata dall'ispettore generale del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. La questione dell'accuratezza misurabile dell'analisi delle impronte fu sollevata in un rapporto del 2016 del Consiglio dei consulenti del presidente degli Stati Uniti per la scienza e la tecnologia